Correva l’anno 1986

Chernobyl reattore 4Sono passati ormai vent’anni esatti dal disastro nucleare di Chernobyl. Esso ha cambiato la storia del nucleare dando al mondo la visione di un disastro ambientale come mai prima di allora. L’energia nucleare se non ben imbriata può causare dei danni irreparabili al nostro pianeta e gli italiani che votarono il referendum sul nucleare questo lo sapevano bene. Quello che non potevano sapere è che in 20 anni si poteva migliorare a tal punto la tecnologia che sfrutta la reazione di fissione nucleare a tal punto da abbattere i rischi di un ennesimo disastro come quello che avvenne in Ucraina negli anni ’80.

L’impianto era composto da quattro reattori, ognuno in grado di produrre 1 GW di energia elettrica (3.2 gigawatt di energia termica), i quattro reattori, insieme, producevano circa il 10% dell’elettricità ucraina. I reattori erano di tipo RBMK-1000, un reattore a canali, moderato a grafite e refrigerato ad acqua. Una caratteristica di questo reattore è quella di operare a coefficiente di vuoto positivo. Cioè, con l’aumentare della temperatura, la reazione nucleare, anziché moderarsi, aumenta. Tale caratteristica è vietata nei reattori occidentali per motivi di sicurezza. Infatti se manca il liquido refrigerante, il reattore deve essere in grado di spegnersi autonomamente, senza interventi umani o di mezzi meccanici (cosa che avrebbe impedito la catastrofe di Chernobyl). Il fine del reattore era la produzione di elettricità per uso civile e di plutonio ad uso militare. Per aumentare l’efficienza del sistema erano state adottate alcune soluzioni tecniche che ne diminuivano la sicurezza. Innanzitutto la scelta della grafite come moderatore: questa sostanza viene utilizzata per moderare i neutroni e soprattutto per facilitare la produzione di Plutonio-239.

L’incidente fu provocato dalle debolezze del progetto del reattore RBMK 1000 e alla non adeguata preparazione degli addetti all’impianto, dovuta ai progettisti dell’impianto i quali non comunicarono agli operatori i reali rischi che si riscontravano in particolari condizioni di funzionamento del reattore. Tutto avvenne alle ore 1:23 locali del 26 aprile 1986 mentre si verificava se la turbina era in grado di produrre energia per inerzia anche quando il circuito di raffreddamento fosse stato incapace di produrre vapore; per effettuare quella che chiamarono una prova di sicurezza vennero disabilitati i circuiti di emergenza, l’impianto di raffreddamento secondario e poi quello principale. Se al posto del personale che lavorava allora nell’impianto ci fosse stato del personale qualificato per la tipologia di reattore RBMK si sarebbe potuta evitare questa inutile catastrofe. C’è da dire anche che Mosca fu informata delle reali condizioni della centrale troppo tardi per l’assurda convinzione del direttore della centrale V.P. Bryukhanov, il quale aveva esperienza solo di centrali a carbone, che tutto si sarebbe potuto sistemare in poco tempo, prendendo per affidabili le letture del centro di controllo che avevano strumenti con fondoscala molto al di sotto della reale misura della radioattività della zona.

Vi furono gravi inadempienze alle procedure descritte nei manuali operativi dell’impianto da parte degli operatori durante quel tragico esperimento fra cui la rimozione di almeno 204 barre di controllo delle 211 presenti, lasciandone solo 7. Era 15 il numero minimo di barre nel reattore RBMK-1000 in funzione.

Per noi tutto iniziò due giorni dopo, il 28 aprile del 1986, quando alle 17:58 l’ANSA diramò per la prima volta la notizia che, in Scandinavia, erano stati rilevati alti livelli di radioattività. I sistemi di controllo della centrale nucleare di Forsmark, 150 Km a nord di Stoccolma, avevano registrato picchi notevoli di radioattività su uno degli addetti all’impianto. Fu emergenza in quella centrale e furono immediatamente evacuate 600 persone. Solo poco dopo si accorsero che le forti anomalie non provenivano dalla loro centrale. Il responsabile dell’Istituto nazionale di ricerca per la difesa, Ingemar Vintesved, dichiarò alla radio svedese: “Crediamo che provenga dall’Unione Sovietica, forse da una centrale nucleare”. Quasi subito l’ente sovietico per l’energia atomica faceva sapere all’Ambasciata di Svezia a Mosca che non aveva notizia “di incidenti in centrali nucleari sovietiche”. La sera stessa però l’agenzia di stampa sovietica, la Tass, diffuse un comunicato in cui per la prima volta si ammetteva l’incidente: “Il danneggiamento di un reattore ha provocato oggi un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl, nella regione di Kiev, in Ukraina. Si sta dando aiuto a coloro che sono stati colpiti”.
Tutto ciò fu semplicemente scandaloso. Si era tentato fino alla fine di nascondere l’incidente e mettere a tacere il tutto pur conoscendo la pericolosità della nube radioattiva che si spostava spinta dai venti nell’atmosfera, inquinando tutto ciò su cui si posava. Questo tipo di comportamento fu comune anche ad altri governi di fronte ad incidenti nucleari come in USA per l’incidente di Three Miles Island (in quel caso lo stabilimento aveva la cupola di contenimento, del tutto assente nei reattori di tipo RBMK) o come in Germania (sempre nel periodo dell’incidente del 26/04/1986) in cui una centrale nucleare nello stesso periodo ebbe un incidente che permise il diffondersi nell’atmosfera di inquinanti radioattivi ma che il governo tedesco non comunicò pensando di mascherarlo con la nube di Chernobyl.

Il nucleare in ItaliaSono passati ormai venti lunghi anni in cui il progresso tecnologico e scientifico ha portato ad un netto miglioramento delle centrali nucleari con sistemi di sicurezza progettati per affrontare incidenti ben più catastrofici di quello dell’86. L’Italia è un paese che dipende dal petrolio, che si prospetta arrivi a quota 100 $ al barile in poco tempo, e dalle centrali nucleari degli stati confinanti come Francia e Slovenia, le quali non sono soggette alle leggi italiane, com’è ovvio, e che quindi non potremo mai bandire con dei referendum popolari. La zona più colpita dal disastro di venti anni fa fu la Bielorussia e non l’Ucraina e ciò dipese anche dai venti e dalla vicinanza della centrale nucleare ai suoi confini, ciò conferma che se anche ci fosse un incidente nucleare in territorio francese l’inquinamento nucleare non si fermerebbe alla dogana italiana. Ci sono ben 13 centrali nucleari poco distanti dai confini italiani e l’Anpa, l’Agenzia Nazionale per la Protezione Ambientale le considera come se fossero sul territorio italiano, mentre la maggior parte degli italiani crede che il territorio italiano non sia minacciabile dagli effetti di un incidente nucleare civile. Qui è possibile visionare la mappa delle centrali nucleari in Europa (realizzata dall’ International Nuclear Safety Center, agenzia del ministero dell’Energia Usa. All’interno della mappa cliccando sui puntini rossi che indicano la dislocazione delle centrali nucleari accederete a informazioni dettagliate sugli impianti stessi). Le centrali che distano meno di 200 Km dai nostri confini sono: Phenix, Tricast, Cruas, Saint-Alban, Bugey e Fessenheim in Francia; Muenleberg, Goesgen, Beznau e Leibstadt in Svizzera; Grundemmingen e Isar in Germania; Krsko in Slovenia.

Un interessante articolo del Corriere della Sera sul nucleare in Europa lo potete trovare a quest’indirizzo: http://www.corriere.it/speciali/nucleare.shtml.

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